La donna secondo Coco
La donna secondo Coco
La donna secondo Coco
La donna secondo Coco

Il 10 gennaio del 1971 all’Hotel Ritz di Parigi moriva a 87 anni  Coco Chanel, senza nessun dubbio, la  più grande icona della moda, donna straordinaria e rivoluzionaria che cambia per sempre la concezione del corpo femminile.

La storia di Gabrielle Bonheur Chanel  inizia a Saumuril 19 agosto 1883: un’infanzia sfortunata segnata dalla prematura morte della madre, dall’abbandono da parte del padre Henri-Albert Chanel,  venditore ambulante e dagli anni in affidamento alle suore del Sacro Cuore, a Aubazine, insieme alle sorelle Julia-Berthe e Antoinette.

Coco impara ben presto  a badare a se stessa o non sarebbe sopravvissuta: cresciuta da sola, giocava nel cimitero e si cuciva da sola le bambole di pezza. Avere vissuto in condizioni estreme le ha dato quella forza che poi l’ha sostenuta in tutta la sua vita.

 In nome di un futuro migliore, a diciotto anni Coco, insieme alla sorella Ninette, lascia il convento e  inizia a lavorare come commessa nel negozio di biancheria e maglieria Maison Grampayre, a Mulins, dove approfondisce le nozioni di cucito apprese dalle suore.

Con l’aiuto del suo primo compagno, Etienne de Balsan, figlio di imprenditori tessili, apre la sua prima boutique: realizza cappellini, ma li fa diversi da tutti gli altri: nell’epoca dei frizzi e dei lazzi della Belle Epoque, lei punta tutto sulla paglia, sui nastri di raso. Le sue creazioni, richiestissime, spingono la sua natura mobile a muoversi a Parigi nel 1908 e, poi, a Deauville dove, nel ’14, apre i suoi primi negozi, seguiti nel ’16 da un salone di alta moda a Biarritz,  quando Rodier, industriale tessile francese, le dà in esclusiva il jersey, tessuto che si rivela essere il miglior interprete delle sue creazioni, vista la morbidezza sul corpo e la sua capacità, innata, di liberare la fisicità della donna. Il trittico gonna, pullover e cardigan diventa, così, il primo modello distintivo della moda Chanel, realizzato soprattutto in non colori come il grigio, il beige e il blu scuro oltre a, ovviamente, il classico binomio bianco e nero, carissimo al suo stile. Ma è nel 1920 che avviene la consacrazione: in quest’anno, apre la sua prima boutique a Parigi al n.31 di Rue de Cambon.

Da questo momento, la strada è in discesa perché il successo è definitivamente arrivato, anche se Coco Chanel non è persona da fermarsi e, soprattutto, da accontentarsi. Crea il suo primo e celebre profumo, lo Chanel N.5, una fragranza senza tempo che, ancora oggi, è considerata una delle migliori mai concepite.

Nel 1927 le sue creazioni approdano anche a Londra, con l’apertura del primo negozio a Mayfair.          Nel 1932 Coco lanciò sul mercato una linea di gioielleria, basata principalmente sui diamanti, realizzati con la collaborazione del conte Etienne de Beaumont e del duca palermitano Fulco di Verdura. E’ ormai  giunta al culmine della propria notorietà, ed i suoi atelier danno lavoro a 4000 persone, mentre le vendite degli abiti CHANEL si aggirano a circa 28 mila modelli l’anno. Nel 1939 però lo scoppio della seconda guerra mondiale costringe Gabrielle a chiudere il negozio di rue de Cambon, lasciando in vita soltanto l’attività dei profumi. Dopo la guerra, accusata di aver collaborato con i nazisti, preferisce trasferirsi in Svizzera e vendere tutti i diritti del marchio a Pierre Wertheimer.  Nel 1954 Gabrielle decide di tornare nel mondo della moda ma deve fare i conti con il New Look di Christian Dior, con il ritorno del corsetto, della guêpière e il prevalere di silhouette a corolla. Ma lei riesce a infilare una delle sue frasi velenose, sintetiche e indimenticabili per commentare l’epoca: “Dior addobba delle poltrone, non veste le donne”. Nel 1955 lancia un altro classico intramontabile, la borsetta 2.55, in pelle trapuntata e con una tracolla, una catenella di metallo, intrecciata al cuoio. Nel 1957, anno della morte di Dior, Coco riceve a Dallas il Neiman Marcus Award, l’Oscar della moda, che consacra i suoi tailleur come capolavori sartoriali. A bilanciare l’estrema pulizia delle linee dei suoi completi erano bottoni a testa di leone, segno zodiacale della stilista, a camelia, il suo fiore preferito, o con la doppia C, dal 1959 simbolo ufficiale della casa di moda.

Mademoiselle Chanel cambiò il modo di vestire delle donne e, ancor di più, il loro modo di pensare, di pensarsi: inizia togliendo alle donne le crinoline, i corsetti, i pesi, i cappelli con chili di piume, le gonne che impedivano loro di muoversi, dando loro emancipazione e liberazione senza paura di essere criticate. Il suo stile resta la quintessenza della classe, dell’eleganza e della praticità,  i suoi capi  non appartengono solo alla moda ma le parole taileurs,  petite robe noire (tubino nero- ndr)  inventano un nuovo lessico familiare.

Il più grande amore della sua vita fu Arthur Capel, soprannaminato da Coco “Boy”, uomo d’affari inglese che finanziò il suo primo atelier. Il loro fu un amore travolgente e appassionato nato durante gli anni della guerra e improvvisamente interrotto dalla morte prematura di lui, vittima di un disgraziato incidente automobilistico. Ebbe tanti amori e tanti amici (uomini e donne come Colette e Cocteau) che ha pure mantenuto anche se cercando di rimanere nell’ombra. Solo grazie ai suoi interventi finanziari tantissimi geni della sua epoca come Stravinskij sono diventati quello che sappiamo. Ma la solitudine è stata la sua migliore amica: da un lato era un fardello dal quale avrebbe voluto liberarsi a tutti i costi, dall’altro le permise di dedicarsi sempre più al lavoro.

Il buon gusto nel vestire era per lei qualcosa di innato, come la sensibilità del palato e l’eleganza si legava a doppio filo con la semplicità. “Prima di uscire, guardati allo specchio e levati qualcosa”, consigliava alle donne, invogliandole a costruire la loro personalità anche attraverso la moda, ma senza mai subirla. “Se dentro al vestito non c’è una donna, una vera donna, allora il vestito è inutile, qualunque esso sia”.

Ma la sua frase migliore è anche quella che sembra descriverla meglio: “Per essere insostituibili bisogna essere unici”.

 

 

 

 

 

 

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