Alla luce di quanto sta avvenendo in questa fase sulle piattaforme social e del dibattito che ne è scaturito, penso sia necessario riportare un estratto dell’ articolo pubblicato sul volume miscellaneo “Giornalismo è Cultura”, dell’amico Alessandro Sansoni (OdG Campania)
ORDINE DEI GIORNALISTI, SOCIAL, FAKE NEWS
Da molti anni si è acceso il dibattito se l’Ordine dei Giornalisti sia ancora un’istituzione utile, in particolar modo nell’epoca dei nuovi media e dell’emergere di nuove modalità di fare informazione, come il cosiddetto citizen journalism ad esempio.
In realtà è vero l’esatto contrario: mai come in questa fase l’esistenza di un ente di diritto pubblico, che certifica chi è davvero giornalista e chi no e a quali regole debba attenersi l’operatore dell’informazione, sulla base di una deontologia professionale, è di estrema attualità.
E’ noto infatti che proprio la diffusione dell’uso del web e dei social network ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica il problema della rapida ed abnorme diffusione di fake news e di linguaggi sempre più aggressivi, per non parlare dell’uso diffamatorio che è possibile fare di queste piattaforme, fino ad odiose forme di cyber bullismo.
Dopo una prima fase di estrema tolleranza, le grandi corporation del web hanno cominciato a dotarsi di codici etici e di forme di regolamentazione dei contenuti pubblicabili. Il risultato è stato che oggi Facebook, Twitter, Instagram eccetera, esercitano forme di censura piuttosto brutali e immediate, che hanno colpito anche testate regolarmente registrate e non solo blog, mentre cominciano a nascere aziende che si occupano espressamente di Fact–checking e di qualità dei contenuti, spesso particolarmente attente al tipo di opinioni espresse negli articoli pubblicati in rete, che si arrogano il diritto di certificare come “affidabile” o meno un determinato sito.
Insomma si è passati da un estremo all’altro. La questione è tutt’altro che secondaria e ha risvolti che sconfinano in un ambito di diritto costituzionale, in particolare per quanto attiene alla libertà di espressione, sancita dall’Articolo 21 della nostra Carta fondamentale, e più in generale nell’ordinamento normativo che tutela la libertà di stampa nel nostro paese.
Assodato, infatti, che oramai i principali social network sono da considerare le più grandi piattaforme editoriali della storia dell’umanità (dotate peraltro di una pervasività nel mercato dell’informazione senza precedenti):
– è plausibile che esse siano regolate sulla base delle norme del diritto civile, quasi fossero normali imprese private?
– è plausibile che l’ammissibilità o meno della pubblicazione di un dato contenuto sia sancita sulla base di un codice etico stabilito dal consiglio di amministrazione di una società privata, avente peraltro sede legale in un paese straniero?
è plausibile che la censura su un contenuto, magari prodotto dalla redazione di una testata regolarmente registrata, sia effettuata repentinamente e senza possibilità di contraddittorio, sulla base di quello stesso codice etico e di segnalazioni, più o meno anonime, di altri utenti, verificate da un algoritmo in grado di riconoscere certe parole (o immagini) considerate censurabili?
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Germania e Francia hanno attaccato Twitter Inc. e Facebook Inc. dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è stato escluso dalle piattaforme di social media:-“Secondo Angela Merkel  la chiusura completa dell’account di un presidente eletto è problematica”- lo ha riferito  il suo portavoce  Steffen Seibert in una conferenza stampa regolare a Berlino- “Diritti come la libertà di parola possono essere interferiti  dalla legge e all’interno del quadro definito dal legislatore – non secondo una decisione aziendale”. La posizione del leader tedesco è ripresa dal governo francese. Il giovane ministro per gli Affari dell’Unione Europea Clement Beaune si è detto “scioccato” nel vedere una società privata prendere una decisione così importante. “Questo dovrebbe essere deciso dai cittadini, non da un CEO”, ha detto lunedì a Bloomberg TV. “È necessaria una regolamentazione pubblica delle grandi piattaforme online”. Il ministro delle finanze Bruno Le Maire ha affermato che lo stato dovrebbe essere responsabile delle normative, piuttosto che “l’oligarchia digitale”, e ha definito la grande tecnologia “una delle minacce” alla democrazia.